Aquile

19.09.2015 07:02

E così ci siamo ricascati. Non era bastata la figuraccia planetaria che abbiamo fatto per aver lasciato migliaia di turisti in fila davanti ai cancelli di Pompei perché i dipendenti erano in assemblea. Ieri la stesso storia si è ripetuta a Roma dove per tre ore sono rimasti chiusi il Colosseo, Foro Romano e Palatino, Terme di Diocleziano e Ostia Antica per una riunione del personale di custodia riunito in assemblea sindacale. Fatti salvi tutti i diritti dei lavoratoti che sono sacri, compreso quello elementare di riunirsi in assemblea, sarebbe davvero l’ora che qualcuno capisse che a forza di mettere in scena simili commedie non si fa il bene in primis del lavoratore e poi si danneggia enormemente la più grande industria italiana che è quella del turismo. Ma a forza mettere in scena scioperi e assemblee come quelle di Pompei e Roma – tanto per restare ai casi più eclatanti e recenti – si fornisce lo spunto anche per un giro di vite da parte del governo e fa vivere alla gente comune il sindacato come il fumo negli occhi anche questi ha ragione da vendere. Bisogna essere delle aquile per capirlo? Ieri di fronte all’assemblea di Roma Dario Franceschini ha esclamato: “Ora basta, la misura è colma. Non lasceremo la cultura in ostaggio dei sindacalisti contro l'Italia. Questo è uno sfregio per il nostro paese”. Alle parole del ministro della Cultura hanno fatto seguito quelle di Susanna Camuso, subito scesa in campo a difendere l’assemblea di Roma: “L’assemblea è uno simbolo di democrazia”. Naturalmente la leader della Cgil ha ragione. Ma perché non organizzare le assemblee fuori dall’orario di lavoro, magari retribuendole? Anche così la democrazia sarebbe salva.  Nessuno al mondo possiede un simile patrimonio culturale, museale, archeologico e artistico pari a quello l’Italia. Per troppo anni questa nostra industria che potrebbe essere valorizzata molto di più è stata per lo più lasciata alla buona volontà di pochi. Abbiamo avuto, tanto per dire, un ministro dei precedenti governi che si era permesso di dire: con la cultura non si mangia. Ci auguriamo che queste perle siano consegnate alla boutique delle dabbenaggini e non siano la filosofia di chi gestisce la cosa pubblica. Adesso di fronte ai turisti in fila il governo è intervenuto con un decreto legge che inserisce i luoghi di cultura tra i servizi pubblici essenziali e come tali regolati dalla normativa già applicata, ad esempio, per i trasporti, per le scuole o per gli ospedali per impedire l’interruzione del servizio. Il nostro patrimonio storico va difeso con le unghie e con i denti perché è la nostra azienda più fiorente anche se qualcuno si ingegna per mandare tutto a carte quarantotto. Tra questi ci sono anche coloro i quali si guardano l’ombelico e pensano che sia il centro del mondo. Non è così. Facciamo una cosa: lasciamo in assemblea perenne queste aquile da pollaio. Perché solo ad un’aquila da pollaio può venire in mente di lasciare migliaia di turisti smarriti in fila sotto il solleone davanti ai principali siti archeologici della capitale a chiedersi: ma siamo capitati nella repubblica dei Tafazzi?

 


contatori