Calumet

22.09.2015 06:41

A qualcuno piace dire che con la riforma del Senato non si mangia. Il che equivale a dire: occupiamoci di cose serie, i problemi dell’Italia sono altri. Questa affermazione non la si sente solo al bar dello Sport tra una discussione sulla Roma e una sulla Juve, ma è anche il  leitmotiv  espletato a tutta ugola anche da alcuni esponenti politici di primo piano che sono sempre più portati a parlare alla pancia quando non alle parti ancora più basse della gente. D’accordo, con la riforma del Senato non si mangia. Ma questa non è una questione di lana caprina. Si parla della forma democratica dello Stato attraverso la quale chi sarà chiamato a governare questo Paese sarà tenuto a rispettare. D’accordo, con la riforma del Senato non si mangia. Ma non tutto può essere riconducibile alla pancia piena, anche se ha la sua importanza. Ciò che accadrà da qui a pochi giorni condizionerà il nostro futuro e quello dei nostri figli per cui fare riferimento alla pancia in presenza delle regole democratiche è esercizio da catturavoti, ma non da classe dirigente seria del paese. Molto di cosa accadrà potrebbe dipendere (il condizionale è d’obbligo) dalla minoranza del Pd che si trova adesso con il cerino in mano. La direzione del Pd è servita a Matteo Renzi primo ministro e segretario del Partito Democratico per menare un paio di fendenti secondo lo stile dell’uomo senza guardare in faccia nessuno a partire dalla seconda carica dello Stato. Alla fine la minoranza del partito non ha partecipato alla votazione, ma al suo interno si intravedono crepe in grado infrangere la graniticità del gruppetto sempre diviso al suo interno come se la divisone dell’atomo fosse lo sport più in voga. Comunque la direzione del Pd ha detto loro una cosa chiara che pare sia stata recepita:  i boschi sono ormai verdini… Con chiara allusione al lavoro di Maria Elena al fianco del fu berlusconiano Denis Verdini, sempre più nel giro gigliato. A quanto si intuisce però potrebbe non essere nemmeno più necessario il fuoriuscito da Forza Italia e della truppetta, in quanto pare che i cosiddetti ribelli del Pd stiano per deporre l’ascia di guerra e siano pronti a fumare il calumet della pace. (Pro domo sua).  Per intanto il premer con la minoranza interna è stato chiaro: Chi di scissione ferisce, di urne perisce”.  Dimenticandosi di dire loro che in ogni caso per i rappresentanti della minoranza del Pd non ci saranno posti in lista manco se si cospargono il capo di cenere.  Ma, come si sa, certi argomenti arrivano subito al cuore del problema scivolando poi verso il portafoglio. Abbiamo assistito per intere settimane al balletto sull’elezione diretta dei senatori come se tutto dipendesse da quello e non anche dai compiti del senato. Il timore è che le parti in causa cercassero una via d’uscita onorevole in barba ai proclami. Da fuori, tanto per usare una metafora la discussione sull’elezione dei senatori è parsa su una sorta di sollazzo linguistico del tipo: basta chiamare gli spazzini con il nome di spazzini, si tratta di operatori ecologici. Cambia qualcosa? Nulla. Ma troppi politici si stanno arrovellando sulla forma a scapito della sostanza. Le minoranze a partire dai coriacei 5Stelle sono sull’Aventino, ma anche a loro è riservato il dileggio come se il solo dissentire dalla linea guida decisa da Renzi fosse un delitto di lesa maestà.  Ormai manca poco e davvero vedremo cosa ci riserverà il futuro. Ad occhio e croce possiamo dire che se al presente il tempo non è bello, il futuro fa presagire tempesta. E non è detto che la tempesta arrivi con la pancia piena.


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