Caterina e colori dell'anima visti da una sedia a rotelle

21.10.2004 14:51

Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima la persona che si racconta ha un animo limpido. Profondo. Ricco di umanità. Gli occhi, infatti, sono mobilissimi, sprizzano simpatia mentre scrutano l’interlocutore e raccontano molto più delle parole. Caterina Barbero ci riceve nel suo alloggio alla periferia di Revello, una ex scuola adattata ad abitazione. È una casa immersa nel verde e nella pace della campagna, un piccolo paradiso terreste. La casa è arredata con gusto, con una disposizione degli oggetti perfino un po’ pignola. Nulla di falso o di troppo perfetto, però. La sua è una casa vissuta. Vissuta, non solo abitata. Caterina è una donna di 36 anni, una brava pittrice autodidatta, ma è soprattutto una donna che ha combattuto e combatte molte battaglie. Alcune le ha vinte. Altre si è accontentata di combatterle, e non è poco.

Dove invece ogni tanto ha perso, proprio perché lì è impossibile vincere, è contro i luoghi comuni e contro tutti quegli atteggiamenti di falsa commiserazione e di  falsa pietà che spesso gravitano attorno ai portatori di handicap. All’età di quattro anni i medici le hanno diagnosticato l’osteoporosi congenita, una malattia delle ossa, rara nei bambini, che oggi avrebbe forse un decorso diverso. Di quel periodo resta la foto in bianco e nero di una bimba con gli occhioni grandi, in piedi, che guarda un po’ curiosa l’obbiettivo del fotografo. Una foto che fa bella mostra di sé nel salone della casa di Revello. Praticamente da sempre Katy Barbero vive e guarda il mondo da una sedia a rotelle.  E questa particolare situazione non le impedisce di essere “spiritosa” anche nei confronti di se stessa.  Ogni tanto butta lì qualche battuta, che spiazza chi la sta a sentire. 

Volendo sintetizzare il profilo di questa donna giovane e combattiva si potrebbe dire che ogni giorno prende la vita per le corna. Non si arrende. Vive, non si lascia vivere.  Katy è una donna che grazie alla sua  caparbietà, alla cocciutaggine, all’ostinazione che si porta dietro è riuscita e riesce a condurre una vita autonoma e non si nega il gusto di qualche sfizio. È stata in Israele con amici, in Albania, in Tunisia, a Londra. D’estate va a Mentone al mare con suo fratello Carlo, che è poi anche un suo amico. E quando, il mese d’agosto dello scorso anno, due portieri del casinò francese l’hanno aiutata a salire le scale per entrare nella casa da gioco per una puntatina alle slot machine, ha esclamato ridendo compiaciuta: “Visto che comodità, tu te li sogni certi privilegi!” Non sempre, certo, tutto è così semplice o accettabile. Molte volte a combattere i dragoni dell’ignoranza non bastano le acuminate spade del buon senso né una grinta davvero unica.  Dice Caterina: “I luoghi comuni così come alcuni sguardi compassionevoli che ogni tanto mi ritrovo addosso, mi fanno un po’ incazzare. Una volta ero più dura, adesso non ci faccio troppo caso. Però qualche volta mi sono tolta lo sfizio di rivolgermi contro quegli occhi volgarmente curiosi e dire: vuoi qualcosa? Soddisfatta la tua curiosità? E’ stato troppo bello leggere lo smarrimento sul viso di quelle persone mentre abbassano lo sguardo e se ne vanno via veloci”. 

Ci accompagna a visitare la casa, compreso il bagno, un luogo, dice Caterina, che più d’altri “desta tanta curiosità nella gente”. Mentre lo dice, ride di gusto.  Poi la nostra conversazione prosegue nel grande salone della casa, tra libri e dischi, e tra lo scintillio delle fiamme di una bella stufa a legna.  “Parliamo pure di tutto – dice Caterina – ma non voglio finire sopra nessun piedestallo. Non faccio nulla per meritare le luci della ribalta, e la mia vita è un intercalare continuo di cose normali. Lavoro, mi sono sposata e poi separata. Ho amici. Esco. Faccio i lavori in casa come tutte le donne. Insomma, conduco, una vita assolutamente normale. Tutto ciò che faccio sembra speciale solo perché sono nella mia condizione. Ci sono molte persone che hanno problemi maggiori dei miei e nessuno si ricorda di loro.  Io ho solo cercato di dare un senso alla mia vita per evitare di finire di passare il tempo davanti alla televisione. Perché, checche se ne dica, la vita vale la pena di viverla”.  Il viaggio in Albania, a Burrel, un paese al confine con il Kossovo, è ricordato con piacere per diversi motivi. “Sono partita da sola. Mio fratello Carlo mi ha solo accompagnata all’aeroporto. A tutti i costi volevo andare a trovare un mio amico albanese, conosciuto per corrispondenza, che vive anche lui in carrozzella. Certo non è stato facile perché non spiccico una parola d’albanese,  ma alla fine tutto è andato per il verso giusto.  Ho girato un po’ l’Albania, conosciuto gente. È stato molto bello. Sono stati dieci giorni entusiasmanti”. 

Tutto quello che racconta di sé, qualunque storia o avventura vissuta, Katy la trasforma assolutamente in una cosa normale. Mai nulla che possa essere scambiato per eccezionale. O, quantomeno, per qualcosa un po’ fuori dal comune.  La nostra conversazione di tanto in tanto è interrotta dal suono del telefono. Così, involontariamente, assistiamo allo scambio di battute tra Caterina ed una sua amica che ha qualche problema. “Quando posso – dice Katy – mi piace dare una mano a chi ha bisogno. La mia amica si è un po’ seduta su se stessa, deve ritrovare la grinta, la voglia di vivere e di combattere. Forse lei è stata un po’ frenata dalla famiglia, è stata fatta sentire diversa. Io, invece, fortunatamente, dalla mia famiglia ho sempre ricevuto incoraggiamenti e questa è stata una vera fortuna. La mia famiglia mi ha dato un’ottima educazione. Pochi vizi e mi ha aiutato solo quando ne avevo realmente bisogno. Molte famiglie, invece, nei confronti di un portatore di handicap, sono iper protettive e questo finisce per essere uno sbaglio. I miei genitori non mi hanno mai ostacolato nelle scelte, anche se a volte non tutto ciò che ho fatto è stato condiviso. Ma siccome io sono testona … Ho scelto di vivere da sola non perché non ho un bel rapporto con la mia famiglia, anzi, ma solo perché ho bisogno della mia libertà. Voglio vivere libera e autonoma il più possibile. Ho una donna che mi aiuta nelle pulizie a casa perché lavorando non ce la faccio a fare tutto”.  L’ultimo pallino Katy se lo è tolto lo scorso anno. Finalmente, dopo un bel po’ di tempo, è riuscita a  prendere la patente, si è comprata una macchina e adesso può girovagare a piacere qua e là. Sembrava un’utopia,  invece, come molte altre utopie di Caterina, adesso anche quella è diventata una realtà. Nel cortile di casa è posteggiato un Renault Kangoo che la giovane donna usa per recarsi al lavoro al Monviso Solidale dove fa la centralinista o per andare dove più le aggrada.  Racconta Katy: “Non è stato semplice prendere la patente. Sono stata bocciata due volte, poi al terzo tentativo ce l’ho fatta. Sono dovuta andare ad Asti dove c’è un’autoscuola attrezzata che mette a disposizione del disabile un’auto adattata a qualunque esigenza. Poi mi sono comprata la macchina ed i miei genitori, sostenendo un costo superiore a quello dell’auto, mi hanno aiutata a farla attrezzare. Adesso, finalmente, riesco a recarmi al lavoro da sola mentre prima venivano a prendermi gli obbiettori. Guido con prudenza e un po’ di timore, ma sono autonoma”.     

Il lavoro a Saluzzo al Monviso Solidale le piace, la  rende felice e la fa sentire ancora più libera. “Lavoro, certo, anche per i soldi, ma non sono avida. Il lavoro è una bella soddisfazione, è vita, dinamismo, ti mette a contatto con molta gente. Non potrei immaginare la mia vita chiusa in  due stanze”.  Dicevamo della passione per la pittura. Il soggetto preferito da Caterina Barbero, in arte “Katy B”, sono i fiori.  Ad una mostra, alcuni anni fa, un critico, esagerando un po’, l'ha definita il Monet delle rose. La pittrice enviese, che non sarà certo un Monet in gonnella però è brava,  è diventata una vera esperta nella pittura su ceramica sia nella tecnica europea che in quella americana. Due tecniche che si differenziano soprattutto per il differente grado di finitura e per la ricchezza dei soggetti. “Nella tecnica americana – spiega pazientemente Caterina -  i colori sono molto più vivi ed è presente anche lo sfondo solitamente ricco di pennellate tipiche della pittura ad olio, mentre la tecnica europea è più simile al ricamo ed ha disegni piccoli.  Solitamente la si utilizza  per decorare oggetti di piccole dimensioni quali tazzine, piatti e posacenere”.  “La passione per la pittura – ci racconta ancora Katy – è praticamente nata con me. Per un certo periodo è stata anche un lavoro. Oggi, invece, che ho un lavoro retribuito, pitturo per puro diletto. In ogni caso è sempre stata una grande passione. Ho iniziato da piccolissima anche perché dovendo rimanere seduta era un modo per far passare il tempo e non finire a vegetare davanti alla televisione. Da bambina disegnavo un po’ di tutto, con una particolare predilezione per fiori e animali oltre a qualche personaggio dei cartoni animati”. Anche se la pittrice è molto brava a dipingere sulla ceramica, sono i suoi  quadri ad olio che hanno un’anima. Che sono vivi. Profondi e veri. Racchiudono in sé gli stati  d’animo di chi li ha dipinti. In alcuni quadri dominano i colori scuri, in altri i colori tenui e pastellati.  Negli anni la tecnica pittorica di Katy si è perfezionata. Ha partecipato a mostre, e raccolto consensi lusinghieri. I fiori, guarda caso, sono da sempre i suoi soggetti preferiti. Fiori che la pittrice nativa di Envie posa con delicatezza su tutto: tazzine, posacenere, bomboniere, tele.  “Dipingo quando ne ho voglia – spiega – e non potrei farlo a comando. Quando mi viene l’ispirazione prendo i pennelli e inizio. Poi quello che viene, viene”. 

Questa passione l’ha portata a diventare anche “insegnante”. Da un po’ di tempo, due sere a settimana, il lunedì ed il venerdì, Caterina Barbero insegna la tecnica pittorica su ceramica in un corso organizzato  a Sanfront dall’Università della Valle Po. I suoi allievi sono una ventina, di diverse fasce di età, divisi nelle due serate. Caterina li segue, insegna, spiega. Ogni sera un fiore diverso. Terminata la lezione, due parole e qualche battuta, poi se non c’è il fratello Carlo che l’accompagna, prende il Kangoo e via a casa sua.  “Certo – dice ancora Katy – ho molti impegni. Anche troppi. A volte mi lascio prendere la mano e poi qualche volta mi trovo nei casini. Ma non sarei capace di stare ferma. Non penso mai al futuro, vivo alla giornata. Non mi piace programmare più di tanto la mia vita. Cerco di vivere bene gli anni che ancora mi restano da vivere. Il domani sarà come sarà, vedremo”.  L’argomento “domani” introduce il tema della religiosità e del rapporto con Dio. Un rapporto, nemmeno questo, né stereotipato né fatto di routine o d’immagine. Qualcosa di personale, vero, sincero. “Sono credente – dice – ma non frequento la chiesa secondo gli obblighi imposti. Vado in chiesa quando ne sento realmente la necessità. Ci sono alcuni atteggiamenti frequenti in  certi ambienti che proprio non mi piacciono. Quel pietismo che si respira, chiaramente non in tutti e non in tutti i posti, non lo sopporto davvero. Io non faccio né ho mai fatto distinzioni  sulla religione delle persone. Per me un cristiano vale un mussulmano o un induista, io guardo alla bontà delle persone. All’animo, non al dio che pregano”.

La nostra bella chiacchierata volge al termine. Prima però, la tenace e caparbia Caterina Barbero, in arte “Katy B”, la piccola Monet delle rose, ci fa vedere come funziona la sua macchina. Armata di telecomando apre la porta posteriore dell’auto, ne discende una piccola  piattaforma, lei sale sopra con la carrozzella e poi dentro il mezzo. Il resto è un insieme di movimenti ben coordinati e veloci per sistemarsi. Pochi minuti in tutto sia per salire sia per scendere.  Al momento del commiato l’ultima raccomandazione: “Io so bene come siete fatti voi giornalisti. Vi piace sempre esagerare un po’ le cose. Cercare il sensazionale. Io nella mia vita non ho fatto nulla di eccezionale. Mi sono limitata a vivere, come fanno tutti, cercando di sbrigarmela da sola. Quindi, mi raccomando, nessuna esagerazione o esaltazione per ciò che faccio o per come vivo. La mia è una vita normale, vissuta solo con qualche problema in più. Lo ripeto: la vita è bella e  vale la pena viverla”.