Cipriano Tarditi, il naufragio delll'alpino che non aveva mai visto il mare (Intervista del 1997)

09.10.1997 16:33

Quello che segue è il racconto di un episodio "normale" successo durante la guerra ad un uomo normale: Tarditi Cipriano, alpino, classe 1915, di Piasco. La storia che raccontiamo non è unica. È simile a quella di molti altri: contadini e montanari, come l’alpino Tarditi, mandati a morire per soddisfare la stupidità umana di altri uomini. I libri di storia non raccontano le gesta di questi eroi minori, eppure la Storia è stata scritta grazie all’eroismo silenzioso della loro normalità. A volte la vita, oltre ad essere tragica, è anche buffa.

Immaginiamo la storia: un contadino di 25 anni, che non sa nuotare e che non ha mai visto il mare, la vigilia di Natale del 1940 si trova naufrago al largo delle coste di Valona. Basterebbe questo fatto, da solo, per costruire un romanzo con il quale intenerire le generazioni future. Invece no: l'alpino Tarditi ci racconta la sua storia "normale" senza enfasi e senza clamori. Solo una volta la sua voce si incrina ed i suoi occhi azzurri e profondi come il mare si lasciano sfuggire una lacrima. È quando dice che a sua nipote, figlia di suo figlio, è stato messo come secondo nome Andromeda: lo stesso del cacciatorpediniere che lo ha tratto in salvo quel giorno dei 1940.

Parla volentieri Cipriano Tarditi, anche se premette: «Mi raccomando, nell'articolo non esageri e non mi faccia passare da eroe. Mi creda: non è il caso. Eravamo in tanti sul Firenze,  più di 1000 e molti non sono tornati. Oggi siamo rimasti in pochi a poter raccontare quell'episodio. Se qualcuno leggerà la mia storia ed era con me quel giorno saprà che non ho dimenticato. Spero che anche i giovani abbiano voglia di leggere e di meditare sull'assurdità della guerra».

E allora eccola la storia "normale" di Tarditi Cipriano da Piasco. La racconta anche a nome di chi non è più tornato.

«Nel 1940 ero militare a Dronero con il 22° Reparto Salmerie. Il 13 dicembre di quell'anno lasciamo la caserma con destinazione Albania. Carichiamo i muli sui carri bestiame e nella notte si parte. Dopo tre giorni di treno arriviamo ad Ancona. Scarichiamo i muli e ci rechiamo al porto e imbarchiamo gli animali sul piroscafo Morosa.  Noi rimaniamo ad Ancona in una caserma fredda e sporca fino alla sera del 20 quando finalmente arriva il treno che ci porta a Bari. Il pomeriggio del 21 dicembre arriviamo alla stazione di Santo Spirito che dista una decina di chilometri da Bari e ci incamminiamo, zaino in spalla, verso la città. Giunti al porto ci fanno immediatamente salire sul piroscafo Firenze che è già stracolmo di alpini dei Battaglioni Borgo San Dalmazzo, Saluzzo e Dronero. Rimaniamo in porto da 21 al 24  dicembre. Il mare è molto agitato e noi alpini soffriamo il mal di mare. Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, dopo la mezzanotte, il Firenze  prende il largo. All'alba arriviamo al porto di Brindisi dove si forma il convoglio: tre navi davanti al Firenze, poi il piroscafo Italia, l'incrociatore Barletta e il cacciatorpediniere Andromeda a farci da scorta. Poco dopo le ore 13, quando mancavano un paio di ore all'arrivo a Valona, il Firenze viene colpito. Il piroscafo si inclina paurosamente tanto che il comandante grida: «Buttatevi a mare». Il mare era in tempesta, c'erano onde altissime. Faceva molto freddo, grandinava e io non sapevo neppure nuotare! Mi sono tuffato e, tra mille difficoltà e scene di disperazione, sono riuscito ad aggrapparmi ad una zattera. I marinai, che erano molto più esperti di noi ci gridavano: «Alpini, allontanatevi! Se la nave affonda vi porta tutti sotto con sé». Aggrappati alla stessa zattera eravamo in tre, ci siamo affidati alle onde del mare e non abbiamo più visto nulla. Né l'affondamento dei Firenze né le altre navi. Verso le 17, quattro ore dopo il naufragio, il cacciatorpediniere Andromeda ci ha avvistati e tratti in salvo. Ero privo di sensi e mi sono ripreso solamente a tarda sera. Il comandante dei cacciatorpediniere ha detto: «Alpini, non dimenticate mai che a salvarvi la vita è stato l’Andromeda. Ricordatelo sempre. Se avrete una figlia mettetele quel nome, vi ricorderà per la vita questa avventura. Io non ho avuto figlie, ma mia nipote di secondo nome si chiama Andromeda! Siamo rimasti sul cacciatorpediniere fino alle ore 10 del 25 dicembre, il giorno di Natale, poi siamo stati trasbordati dalla nave ospedaliera "Gradisca" sulla quale siamo rimasti quattro giorni. Il 29 dicembre siamo giunti a Taranto e successivamente siamo stati portati all'Ospedale Santa Maria Nuova di Careggi a Firenze. Il 4 marzo sono stato dimesso ed ho fatto ritorno a casa dove sono rimasto 60 giorni in licenza. Poi sono ritornato in caserma a Dronero. Il 30 luglio del 1942 sono partito per la Russia. Ho sempre pensato che a colpire il Firenze fosse stato un siluro inglese, invece Enzo Biagi nel libro "Storia della seconda Guerra Mondiale" attribuisce l'affondamento del piroscafo ad una mina vagante».

La storia "normale" dell'alpino Cipriano Tarditi non finisce con il naufragio: passa attraverso la campagna di Russia ed i 1600 chilometri della tragica ritirata («È solo grazie alla comprensione dei russi se abbiamo portato a casa la pelle») e la lunga prigionia in Germania. li 13 agosto 1945, a trent'anni compiuti, il definitivo ritorno a casa. Un mese di festa e poi il lavoro alla Wild. La vita continua. La Storia non ha più bisogno di eroi!