Dolore vero e luoghi comuni. Ma è doveroso stare dalla parte dello Stato

12.09.2014 07:37

Di fronte alla morte violenta di un ragazzo la cosa migliore da fare sarebbe quella di tacere. Al massimo, per chi crede, recitare una preghiera. Anche di fronte al dolore di una famiglia il silenzio sarebbe la cosa migliore. Non sempre però è possibile tacere o pregare. Il giovane morto a Napoli per il colpo partito dall’arma di un militare è sì una morte tragica, di per sé una tragedia, ma troppe cose hanno rasentato l’assurdo a cominciare dalla necessità (o voglia?) di parlare di fronte alle telecamere manifestata poche ore dopo il fatto dai famigliari di Davide Bifolco, il sedicenne del quartiere Traiano di Napoli morto la notte a cavallo tra giovedì 4 e venerdì 5 settembre.

Anche la scelta di postare in rete le foto del ragazzo steso a terra, (vedi le foto) con il foro del proiettile bene in vista, compiuta dalla cugina pare su autorizzazione della famiglia è assai discutibile; ha il sapore della “spettacolarizzazione” o la ricerca del forte impatto mediatico. Per quale fine?

Ma veniamo alla vicenda. In tre su uno scooter senza casco, senza assicurazione, alle 3 di notte. E poi la fuga di fronte all’alt dei militari dell’arma. L’inseguimento, la colluttazione e un colpo che pare sia partito accidentalmente dalla pistola di un carabiniere.

Bastano poche ore e di fronte a questa tragedia si scatena un vero e proprio putiferio. Auto della polizia date alle fiamme, il fratello della vittima che dichiara a telecamere spianate la vergogna di essere italiano. Cortei e urla da stadio. E poi il carabiniere che diventa immediatamente un carnefice al quale gli si augura di marcire in galera.  

Anche la rete si butta subito sulla vicenda. Ma, forse per la prima volta, succede che la quasi totalità dei giudizi siano espressi a favore delle forze dell’ordine e non della vittima. Può apparire strano ma il contesto ambientale, la sfacciata violazione delle più elementari norme del vivere civile, l’illegalità eletta a sistema e il non rispetto di quelle leggi che altrove sono la norma, non sono passate inosservate. Dice il procuratore antimafia Filippo Beatrice: “Qui la cultura mafiosa è talmente radicata che non è più sufficiente l’azione di contrasto. C’è bisogno di una formazione della città partendo dalle fondamenta, dalla scuola".

In effetti, fatto salvo il dolore per la perdita di una giovane vita e il rispetto per la grande sofferenza della famiglia, troppe cose che hanno fatto da contorno a questo tragico fatto sono parse arrivare non dall’Italia, ma dalla periferia più degradata di una metropoli sudamericana o africana.

Ecco perché nel resto dell’Italia e tra i mass media l’uomo in divisa non è stato messo alla gogna ed esposto al pubblico ludibrio come accaduto in altri contesti. Ecco perché quando sono state pronunciate parole come “la camorra ci difende e lo Stato ci uccide” tantissimi si sono sentiti immediatamente dalla parte dello Stato. Ecco perché, quando all’improvviso sono apparsi cinquanta testimoni in molti, comprese alcune firme del giornalismo italiano come Mario Giordano si sono posti la stessa domanda: “Ci sono numerosi testimoni per il ragazzo ucciso dal carabiniere. Ottimo. Ma perché quando uccide la camorra i testimoni non si trovano mai?”. Già come mai? Eppure la camorra ha ucciso e più volte, giovani e giovanissimi, magari in pieno giorno, magari in centro e mai nessuno ha visto nulla. Se lo chiede anche don Aniello Manganiello, prete di frontiera, che si scaglia contro la città: "Perché nessuno è sceso in piazza a danneggiare le macchine dei camorristi che ammazzano napoletani innocenti?". Già, come mai? La camorra che difende fa più pausa dello Stato che uccide?

Nessuna demagogia, ma le domande restano legittime, come legittime sono le riluttanze di buona parte degli italiani nell’accettare che interi territori siano sottratti allo Stato e chi ci abita si senta come in una sorta di zona franca dove il malaffare trionfa e la legge quella vera, quella dello Stato, è un’appendice variabile da invocare solo quando la stessa fa presagire un tornaconto. Si è sentito dire: “Qui lo Stato è assente”. A vederla da lontano pare che assente sia il senso dello Stato, non lo Stato che pure ha le sue colpe.

La realtà, certo, è complessa e non contempla rapide e facili soluzioni. Lo dice bene Enrico Mentana nella parte finale dell’articolo che ha scritto per Vanity Fair: “Una morte non si relativizza, e le responsabilità non si cancellano, anche se quel ragazzo si trovava alle tre di notte a bordo di un scooter, con un pregiudicato e un latitante, e con loro non ha obbedito all’alt. Ma detto questo con assoluta nettezza, è lecito chiedersi che speranza c’è per una città in cui sempre, e non solo in questo caso, le forze dell’ordine sanno di essere considerate come “nemiche”, e contro di loro si organizzano marce di protesta, e le loro auto vengono prese d’assalto. Vengono in mente i casi di minori morti, accidentalmente o no, in sparatorie e delitti di camorra. Non mi ricordo di simili manifestazioni contro i clan. Se nel tessuto cittadino della terza città italiana la camorra è di casa e le forze di polizia sono gli intrusi significa che la guerra è ormai quasi persa”.

Tutte le persone di buon senso, tutte quelle che non hanno messo a priori sul banco degli imputati il giovane carabiniere che ha sparato, sperano che la guerra non sia persa. Sperano che bene e male non siano e non stiano sullo stesso piano. Legalità e malaffare non sono la stessa cosa.

Vedremo ciò che uscirà dalle indagini. La famiglia del giovane Davide ha scelto come legale l’avvocato Fabio Anselmo, già difensore delle famiglie di Stefano Cucchi e Federico Aldrovrandi. Una scelta precisa (e legittima) che però trasformerà questa morte in un caso politico e giudiziario. Va bene anche questo purché serva a stabilire il primato della legge e a far emergere la verità.

Da lontano, e senza la pretesa di aver capito tutto, ci sentiamo di condividere le parole di Luigi Bobbio, per anni pm anticamorra a Napoli, poi senatore e sindaco di Castellammare di Stabia (Napoli), oggi giudice al Tribunale civile di Nocera Inferiore il quale su facebook ha scritto: “Il carabiniere che ha sparato è la sola e unica vittima di quanto è accaduto. Una vittima del suo senso del dovere e del fatto di essere chiamato a operare in una realtà schifosa la cui mentalità delinquenziale e l’inclinazione a vivere violando ogni regola possibile è la normalità. Giustificazionismo, buonismo, perdonismo e pietà non solo non servono a niente ma aggravano il male. A 17 anni si è uomini fatti e gli uomini sono responsabili delle loro scelte, delle loro azioni, dei loro stili di vita”.

E che Davide, riposi in pace.