Fame

04.04.2015 06:19

Se non fossimo in Italia, la notizia avrebbe del clamoroso. E se fossimo in Italia, ma non sul versante pubblico, l’imprenditore o l’artigiano che sapesse far di conto a quel modo chiuderebbe baracca e burattini in un amen. E, per finire, se il buon padre di famiglia facesse di conto come succede spesso nel pubblico potrebbe chiedere ospitalità per sé stesso e per la sua famiglia alla Caritas. Invece, siccome siamo in Italia, il fatto che il costo del Padiglione Italia dell’Expo che sta per aprire i battenti a Milano passi dai 63 milioni di euro inizialmente preventivai ai 92 del costo finale non solo non è una notizia, ma appare piuttosto una normale consuetudine. Pur non conoscendo i costi nei particolari, siamo portati a credere che i conti tornano nel senso che tra aggiunte, modifiche in corso d’opera, variazioni al progetto iniziale eccetera eccetera i 30 milioni di aumento si incastrano alla perfezione come i pezzi di un puzzle dentro il quadro finale. Quindi: ok il prezzo è giusto. Giusto forse lo sarà per la magistratura o per i vari commissari che controllano i conti, ma è inaccettabile il pressapochismo che emerge ogni volta che lo Stato mette mano ai lavori pubblici. Possibile che non si sappia far di conto e non si possa fare un preventivo prima e tenere fermo lo stesso fino a lavoro ultimato? Evidentemente non è possibile. O forse sarebbe possibile, ma conviene non farlo. E non consola in fatto che i 30 milioni di aumento saranno  pagati (pare) dagli sponsor. Intanto gli sponsor non fanno beneficenza. E poi perché se non si è in grado far di conto, ci si dedichi ad altre cose. Invece è sempre la stessa storia. Le case popolari costruite dallo Stato costano come  Buckingham Palace e le carceri hanno costi finali come gli alberghi a 5 stelle. A parte il fatto di specie qui ricordato del quale prendiamo atto così come prendiamo per buono che tutto sia perfettamente in regola, il tema dell’Expo ci offre lo spunto per la chiosa finale. E vero che l’Expo ha per filo conduttore l’ambizioso mottoNutrire il pianeta”. Ma di fronte a cifre tanto ballerine e alla marea di soldi in ballo, perfino il motto “Nutrire il pianeta” diventa poca cosa se la si compara con la fame atavica che hanno i piranha che gravitano attorno agli appalti dello Stato. Alla fine sembra più facile sfamare il pianeta che completare un’opera pubblica senza ingrassare i ladri, spennando i polli.


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