Guerra

23.05.2015 06:49

Esporre il Tricolore per celebrare i 100 anni dell'entrata italiana nella Grande Guerra il 24 maggio non piace a tutti. Non piace, per esempio, alla provincia di Bolzano che ha gia fatto sapere il suo pensiero: nein, danke. Il no grazie di Bolzano affonda le sue radici nel fatto che da quelle parti non si sentono propriamente italiani, se non nel momento in cui c’è da portare a casa quella marea di privilegi legati al fatto che Bolzano è una provincia autonoma. Ciò che  stupisce in questa vicenda è che una rappresentanza dello Stato possa disattendere una disposizione di un’altra rappresentanza dello Stato come la Presidenza del Consiglio che ha diramato la circolare con la quale comunicava di esporre il Tricolore. Le ragioni o le motivazioni del nein danke possono essere riassunte con il pensiero della Südtiroler Volkspartei, il partito che rappresenta che minoranze tedesche e ladine dell'Alto Adige: “Sarebbe più opportuno ricordare le vittime di questa guerra con la fascia da lutto”, mentre per il gruppo Südtiroler Freiheit e il BürgerUnion: “'Italia si conferma un Paese fascista e nazionalista”, mentre gli Schützen vanno giù di machete: “l'Italia festeggia la morte di mezzo milione di soldati italiani”. Più duro, se possibile, è il pensiero di Eva Klotz, esponente storico dell’Union für Südtirol: «L’Italia non può imporci il loro tricolore, è un atto imperialista grave, è un’imposizione coloniale, questa terre sono state strappate all’Austria solo come bottino di guerra ma noi difendiamo la nostra casa». Naturalmente ognuno è libero di interpretare la ricorrenza come meglio crede. Ma il ricordo di quei 600 mila soldati italiani che non hanno fatto ritorno a casa non può essere dimenticato o finire in polemica politica. Forse in tutto questo bailamme ha ragione Gino Strada, il fondatore di Emergency che dice: “Sono per festeggiare la fine delle guerre, non il loro inizio”. In effetti c’è poco da festeggiare almeno non nel senso compiuto della parola “festa”. Ma il ricordare è doveroso. Il sacrificio incolpevole e non cercato dei giovani soldati va ricordato e difeso. Poi si metta il Tricolore come si crede, anche a mezz’asta purché quella immane tragedia che ha falcidiato generazioni e spopolato intere montagne mandando al macello ragazzi ventenni non finisca con lo scatenare i peggiori istinti della politica. Perché se in quei tempi si cantava una canzone come Ta pum, il cui ritornello faceva “Se domani si va all'assalto, soldatino non farti ammazzar…” non ammazziamoli due volte uccidendone anche la memoria.


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