La giustizia ingiusta della galere aperte

20.06.2014 07:01

L’arresto di Renato Vallanzasca, scoperto a rubare due paia di mutande in un super mercato, ha evidenziato due cose: 1) che l’ergastolo è puramente teorico; 2) che non solo signore e signorine si invaghiscono dei peggiori banditi, ma succede anche a qualche penna da prima pagina. Passi per l’amore o l’invaghimento dovuto spesso all’attrazione per i belli e dannati, ma quando si leggono certi articoli su prestigiosi giornali, a firma di  conosciuti giornalisti, c’è di che restare basiti. A me è successo domenica 15 giugno leggendo il Fatto Quotidiano diretto da Antonio Padellaro e Marco Travaglio. A pagina 11, una lunga articolessa a firma Massimo Fini riportava espressione del tipo: “Vallanzasca, che i suoi debiti con la giustizia li ha pagati fino in fondo con 40 anni di cui undici in isolamento... Le anime belle di Amnesty International, dei diritti umani affini, i difensori professionali dei diritti dei cani, dei gatti e delle lucertole hanno un'idea di che cosa significhino undici anni in isolamento?”. E più avanti un’altra perla: “Non infierirò su Renato Vallanzasca. Come scrissi in un articolo sull’Europeo del primo agosto 1987, lo considero un bandito onesto in una società dove, troppo spesso, gli onesti sono dei banditi”.

Naturalmente ognuno è libero di pensarla come meglio crede e di manifestare il proprio pensiero anche avendo a disposizione prestigiose tribune come i quotidiani nazionali, ma a volte sarebbe meglio tacere nel rispetto di chi è morto per le scorribande dei banditi e naturalmente avere rispetto per le famiglie che si sono viste privare di un congiunto ammazzato durante il turno lavoro o per fatalità nel favorire una fuga dopo la rapina.

I meno giovani ricordano certamente le gesta di Renato Vallanzasca e della banda della Comasina da lui guidata. Per queste gesta il bel Renè fu condannato complessivamente a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. È tutto dire. E qui entra in gioco l’aspetto legato alla teoricità dell’ergastolo che come recita la formula prevede il “fine pena, mai”.

Quindi lasciando da parte il caso Vallanzasca che ha solo fornito il pretesto per un ragionamento, appare scontato che la pena maggiore prevista dal nostro Codice Penale è nei fatti puramente teorica. Tutti sappiamo che  l’ordinamento penitenziario vigente prevede non solo che al carcerato – giustamente – sia riservato ad un trattamento umano, ma in ossequio all’articolo 27 della Costituzione, la detenzione è anche finalizzata al recupero sociale del condannato.

Ciò detto come è possibile restare indifferenti di fronte a gravissimi fatti di cronaca che hanno per protagonisti gli stessi autori di altri crimini fotocopia commessi una quindicina di anni prima, naturalmente condannati all’ergastolo, magari dopo complesse e costose indagini, e in giro con in tasca qualche permesso premio o cose simili? Come è possibile restare indifferenti, ad esempio, nel vedere l’uscita dal carcere di persone che per una manciata di soldi hanno sterminato la propria famiglia pochi anni prima?

La cronaca è piena zeppa di questi esempi. Si tratta di fatti che hanno fatto rabbrividire l’opinione pubblica tra gli anni settanta e ottanta. In alcuni casi anche molto tempo dopo per fatti di sangue così recenti da sconfinare quasi nell’attualità. Ebbene i protagonisti, spesso, tra le varie formule previste dalle leggi italiane escono in permessi premio o semi libertà e poi magari anche in libertà assoluta dopo l’intervento della grazia. Tutti questi percorsi avvengono (è sperabile) nel rispetto delle leggi. Anche se la discrezionalità di chi decide ha la sua importanza. Ma come per tante altre cose anche queste leggi possono, volendo, essere modificate naturalmente in senso più restrittivo.

Non si tratta di essere manettari a prescindere, ma pretendere che in galera i delinquenti ci restino credo sia normale. Troppo spesso le anime (falsamente) pie invitano al perdono e si stracciano le vesti per le condizioni dei condannati. Troppo spesso le solite anime pie invitano alla comprensione e per fare questo si schierano sempre dalla parte di Caino dimenticando Abele. Troppo spesso, specialmente d’estate, politici di primo piano vanno a visitare le carceri e incontrano anche i peggiori delinquenti, compresi quelli condannati per omicidio dopo lo stupro e la violenza su minori a volte di pochi anni. Possibile che nessuno di costoro si ricordi di Abele, cioè delle famiglie e delle vittime? Possibile che nessuno di costoro provi a calarsi nei panni della famiglia o provi a pensare alle vittime prima di spingersi a capire Caino? Non basta rabbrividire e restare basiti di fronte ad efferati fatti di cronaca e poi restare indifferenti quando si aprono le porte della galera. Pagare il proprio debito con la giustizia significa scontare la propria pena, non un secondo di più non un secondo di meno. Il perdono è un fatto anche contemplato, spesso è un fatto privato tra chi ha subito e chi ha commesso il delitto, ma il perdono non esclude la giustizia.

So benissimo di aver fatto di ragionamento contro corrente e non politically correct. Pazienza se qualcuno scambierà queste righe per la voglia (che non ho né ho mai avuto) di vedere applicata la legge del taglione. Per me la giustizia è soprattutto rispetto per chi ha subìto e non solo attenzione per chi ha commesso i delitti. Non posso rabbrividire oggi e essere totalmente indifferente domani.

La tragica cronaca di questi giorni, dai fatti di Motta Visconti all’arresto del presunto killer di Yara Gambirasio, ha lasciato tutti sgomenti. Ebbene, è giusto sapere che anche costoro, tra qualche anno, saranno liberi di andare per supermercati a rubare mutande o a faresi gita in collina.  Anche questa è giustizia?