Le larghe intese del magna magna

06.06.2014 07:28

Non si fa in tempo a provare ad archiviare qualche scandalo che vede coinvolti politici, affaristi e imprenditori che ne arriva subito un altro. Mentre le mazzette bipartisan dell’Expo hanno portato nelle patrie galere un po’ di gente che adesso sta al “gabbio” in attesa che si chetino un po’ le acque, ecco che dalle acque melmose della laguna veneta scoppia la tangentopoli legata alla realizzazione del “Mose” il sistema di dighe mobili progettato per difendere Venezia dall’acqua alta. Il Mose non solo ha in qualche modo difeso Venezia, ma ha contribuito negli anni a riempire tasche e conti blindati in banca a una bella schiera di politici divisi sotto lo stemma di partito, ma unitissimi di fronte alla mangiatoia. Un’opera, il Mose, che doveva costare 2 miliardi e ne sta costando sei: chiaro il perché? Che tristezza e che rabbia.

Ancora una volta, quindi, le larghe intese del magna magna hanno trovato terreno fertile tra politici, ex politici, imprenditori e anche un magistrato e un generale della Guardia di Finanza: più larghe e democratiche intese di così si muore. Insomma il solito variopinto presepe!  Naturalmente, come scrivono i giornali per pararsi un po’ il sedere si parla di “arresti nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte tangenti per gli appalti del Mose”. Naturalmente tutti innocenti fino a sentenza definitiva. Naturalmente dopo un po’ di maretta, e qualche decennio di processi chi si ricorderà del Mose, del sindaco della città della Laguna di qualche deputato e di un ex ministro i cui faccioni trionfano sorridenti dalle pagine dei giornali? Praticamente nessuno, anche perché archiviato un Mose nascerà qualche altra succulenta pappatoia statale a spingere via la precedente. Quindi, come chiosa Marco Travaglio in un suo fondo, #mazzettastaiserenissima.

Non c’è dunque speranza? In verità la storia anche recente del nostro Paese è lì a testimoniare che nulla ferma le varie cricche sparse qua e là per lo stivale. La sintesi sta in un verso della poesia di Giacomo Leopardi: Passata è la tempesta, odo augelli far festa... Infatti, superato lo scoramento di essere stati beccati con le mani nella marmellata – e che marmellata – la cricca aspetta che passi la tempesta. Poi si ricomincia. Per qualcuno inizia un dorato oblio pubblico, per altri un riciclo che ha del vergognoso. Tutto questo accade un po’ perché la gente ha poca memoria, l’informazione è sempre pronta al commento del fatto e quasi mai all’inchiesta, buona parte della politica e dell’imprenditoria  sa di poter contare su una sorta di immunità che deriva appunto dalla scarsa memoria di un popolo che pare ormai assuefatto ad ogni sorta di malaffare.

Adesso qualcuno si affretterà a spiegarci che non tutti i politici sono ladri, che non tutti gli imprenditori sono disonesti, che non tutti i giornalisti dormono sonni profondi tra un pranzo a sbafo e l’altro... Certo, è proprio così, ma che magra consolazione. Naturalmente non ci sono studi in proposito né analisi comparative con gli altri Stati, ma pare che in Italia ci sia una sorta di predisposizione genetica ad infrangere le regole in tutti i modi e a tutti i livelli. L’imprenditore paga il politico per accaparrarsi lavori a prezzi stratosferici, il politico intasca per comprarsi il consenso e spesso anche il cittadino elettore si rivolge a quel politico corrotto per avere cose magari non dovute o dovute in altro modo. Una specie di cerchio magico accettato come una sorta di consorteria da peccato veniale.

Conosciamo tutti le cinque paroline magiche che funzionano da passepartout vero? Eccole: di che ti mando io. Paroline così magiche che finirono per diventare il titolo di un libro che il giornalista e scrittore Luca Goldoni  pubblicò nel lontano 1976. Goldoni raccontò un’Italia che sguazzava nelle raccomandazioni e il libro divenne un best seller alla stregua del più recente “La casta” di  Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ma naturalmente passato lo sdegno in troppi ritornarono italiani nel senso più deleterio del termine e tornarono a dare fiducia alla stessa combriccola. Prepariamoci quindi alla prossima provvisoria e fintamente inattesa retata.

Per finire in bellezza questo scritto, anche se in realtà ha poco nesso con l’argomento trattato, riporto una dichiarazione finita sui giornali lo stesso giorno delle manette del Mose. L’autore è Gianfranco Micciché, 60 anni, più volte ministro e sottosegretario, e recente capolista di Forza Italia alle europee (non eletto) e da sempre longa manus di Silvio Berlusconi in Sicilia. Ecco la dichiarazione dell’ineffabile Micciché: Con la sola pensione di parlamentare da 4 mila euro al mese non si può vivere bene. Con tre figli, di cui due da far studiare lontano da casa, non è facile...". Cosa fare per superare l’indigenza? Si riprova con la politica e il bello è che si mettono assieme  50.540 preferenze anche se in questo caso non sono bastate. 

Ma davvero ogni giorno ci meritiamo scandali, tangenti, ruberie e politici che straparlano di fronte ad una nazione in ginocchio?