L'immagine del bimbo, così simile a noi che fuggiva dalla guerra

04.09.2015 07:41

La foto del bimbo siriano di tre anni senza vita accucciato sulla spiaggia turca di Bodrum ha fatto il giro del mondo. È un’immagine che farà storia. È un’immagine tragica che ti arriva addosso come un pugno nello stomaco. Io non sono riuscito a guardala più di tre secondi. Uno sguardo, nemmeno troppo voluto e solo perché non è stato possibile guardare la pagina di un giornale a spicchi. Adesso ci si chiede, e me lo sono chiesto anch’io, se è stato giusta o meno la sua pubblicazione. I giornalisti italiani non avrebbero dovuto pubblicarla perché la Carta di Treviso (è il protocollo firmato il 5 ottobre 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro) all’articolo sette dice: “Nel caso di minori malati, feriti, svantaggiati o in difficoltà occorre porre particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona”. Non voglio andare a sindacare sulle scelte dei grandi direttori, ma se si fossero attenuti alle regole quella foto non sarebbe passata. Mario Calabresi, direttore de La Stampa ha dato la sua versione sul perché il quotidiano di Torino ha scelto la pubblicazione: “Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.  Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza”. Più o meno sarà stato il ragionamento fatto degli altri direttori. Io che sono stato direttore di un piccolo settimanale locale, non ho mai avuto di questi problemi. Però se mi fossi mai trovato di fronte ad una scelta (difficile, certo) simile avrei scelto di non pubblicarla. Forse avrei pubblicato un’altra foro di quel bimbo il cui corpo è stato raccolto pietosamente tra le braccia di un poliziotto. Avrei pubblicato la foto di Aylan Kurdi, così si chiama il bimbo di tre anni di Kobane, nord della Siria, vicino a suo fratello Galip più grande, entrambi sorridenti, entrambi morti nella traversata tra la costa della Turchia e l'isola greca di Kos. Entrambi vestiti di tutto punto e felici. La foto del giorno del compleanno. Avrei messo questa didascalia: ero così, proprio come tuo figlio, tuo nipote, tuo cugino… Ero un bambino come tanti: italiano, francese, tedesco, inglese, africano, americano. Volevo vivere e adesso corro nelle sterminate praterie del cielo. Forse il giornale avrebbe venduto qualche copia in meno. Oppure qualche copia in più. Ma chi se ne frega delle copie. Voglio almeno sperare che quella foto – tragica, penosa, inquietante, inguardabile – cada sulla testa dei tanti parolai da salotto sempre pieni di soluzioni e magari anche sbeffeggianti nei confronti di chi fugge. Quel bimbo era il figlio – così pare – di una coppia della buona società siriana. Forse una famiglia benestante che ha scelto di fuggire dalla Siria martoriata dalla guerra. Ecco, il mondo è piccolo. E se prima di blaterare provassimo a immaginare quanto quella famiglia assomigli alla nostra?


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