Quando la morte ha gli occhi a mandorla

06.12.2013 08:30

La tragedia di Prato con la morte di sette lavoratori cinesi arsi nel rogo della loro fabbrica dormitorio, tra qualche giorno passerà sotto silenzio. Nessuna classifica del dolore né comparazioni con altre tragedie del passato. Ma, con il rispetto che si deve ai morti, a tutti i morti, i cinesi di Prato non avranno la stessa copertura mediatica né lo sdegno italico, troppo spesso sempre e solo postumo, di altre tragedie analoghe che hanno insanguinato il nostro Paese. Per dirla fuor di metafora: Prato non  sarà mai come la ThyssenKrupp di Torino (sette morti) né come il Molino Cordero di Fossano (5 morti). Tragedie, quelle appena ricordate, che hanno scosso e ferito profondamente l’Italia e colpito duro allo stomaco moltissimi italiani.

La tragedia di Prato è diversa. I morti erano lavoratori cinesi, sfruttati da cinesi. I morti erano immigrati clandestini  e lavoratori invisibili. Carne da macello. Basti ricordare che tra i sette morti uno solo è stato identificato e almeno per il momento nessuno è andato a reclamare le altre salme all’obitorio. Gente senza volto e senza storia. Senza futuro. Tenuti in vita come si tengono in vita i polli in batteria.

Sul luogo del rogo, davanti ai cancelli della  “Ye-Life Teresa Moda” non c’è stata la sfilata dei politici né i cortei sindacali. Pochi mazzi di fiori, non più di tre o quattro. Tutto finirà nel dimenticatoio nel giro di pochi giorni. Al limite i morti di Prato finiranno per rimpolpare quella triste statistica delle morti sul lavoro in Italia. Una specie di guerra silenziosa davanti ai cui caduti c’è chi si ostina a parlare di morti bianche, mentre il loro sangue è rosso come rosso dovrebbe essere il colore della vergogna  provata di fronte a troppe morti annunciate.

Anche quella di Prato è stata una morte annunciata. C’erano stati in passato inequivocabili servizi televisivi. Ma anche senza quelle verità raccontate la realtà non era sconosciuta nemmeno in un distretto dove, tra imprenditori onesti e veri e propri lestofanti, si producono migliaia di capi  d’abbigliamento ogni giorno.

Sono poi quegli stessi indumenti che ogni giorno troviamo a prezzi scandalosamente bassi tra i mercati dei nostri paesi o nei magazzini/negozi gestiti da cinesi sorti qua e là come funghi in autunno dopo la pioggia. Indumenti davanti ai quali, spesso, oltre all’acquisto diciamo: e già, costano nulla perché al massimo danno un piatto di riso a chi li produce. Davanti alle morti è fuori luogo parlare di produzione e profitti, ma ciò non ci esime dal ricordare che questo tipo di produzione non mette solo a repentaglio la vita dei lavoratori, ma costringe alla chiusura di aziende oneste, che rispettano le regole, che pagano il giusto i lavoratori, che pagano le tasse e che soccombono di fronte a chi fa dello sfruttamento e del guadagno facile e disonesto l’unica regola della propria vita imprenditoriale.

Pare quasi tutto scontato. Tutto déjà vu in quella sorta di normalità legata ad una globalizzazione che prevede e in qualche modo legalizza lo sfruttamento umano. I vestiti prodotti dai morti di Prato, però, sull’etichetta portavano il “made in Italy”, quasi una sorta di garanzia di buona qualità e di rispetto delle regole. Invece nulla di tutto questo, a parte forse la qualità del prodotto che è sempre più o meno accettabile.  

Il procuratore capo di Prato, il dottor Piero Tony non ha esitato a parlare di far west, ed ha poi giustamente contestato i reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, omissione di norme di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina ai titolari dell’azienda. Ma lo stesso procuratore ha aggiunto: La maggior parte delle aziende sono così. I controlli sulla sicurezza e su ciò che è collegabile al lavoro, nonostante l’impegno di tutte le amministrazioni e delle forze dell’ordine, sono insufficienti. Siamo sottodimensionati: noi come struttura burocratica siamo tarati su una città che non esiste più, una città di 30 anni fa”.

Quindi, come ha ricordato anche il sindaco di Prato, si è trattato di una tragedia annunciata. Di fronte a questi “annunci” resta poco da dire. Se non che anche nella nostra cara Italia, scossa dalla pochezza della politica, dal menefreghismo e da un egoismo che tutto riesce ad assorbire, si muore di sfruttamento e lavoro clandestino. Una vergogna. Una vergogna alla quale non sarebbe difficile porre fine. Basterebbe applicare, costringere ad applicare, le leggi vigenti nel nostro paese invece di guardare e poi girarsi dall’altra parte. Per qualche giorno la vita dei negrieri con gli occhi a mandorla sarà dura. Qualcuno verrà cacciato. Ma passata la tempesta, tutto tornerà come prima. E fino ai prossimi morti, ci limiteremo a dire che in fondo i vestiti costano poco perché la paga dei lavoratori è un piatto di riso.