Triplo salto mortale con supercazzola

27.06.2014 06:44

Non appartengo al gruppo dei cosiddetti sessanta milioni di commissari tecnici. In primo luogo perché di calcio capisco poco (e lo ammetto) in secondo luogo perché è inutile suggerire formazioni, gridare da casa o dalle piazze il nome del giocatore da far entrare e quello da togliere, tanto la sostanza non cambia. Seguo, distrattamente, le partite della nazionale e tifo naturalmente Italia, anche se difficilmente griderò “Forza Italia” dopo che Berlusconi ha scippato l’urlo di incitamento per trasformarlo nel nome del suo partito.

Guardo la nazionale ma preferisco di più osservare alcuni comportamenti che fanno da contorno alle uscite degli Azzurri, così come mi piace seguire il chiacchiericcio dei vari inviati speciali e soprattutto leggere i giornali con i commenti che sono sempre e solo ispirati dal risultato finale.

Così è facile notare che basta una lucciola in volo e ci sentiamo tutti illuminati figli della Nazione, ma poi basta che l’insetto giri l’angolo e iniziamo a maledire il buio.

Al di là dell’esito sportivo disastroso della squadra italiana in Brasile, è stata soprattutto la stampa (Humphrey Bogart dice: è la stampa bellezza!) ad ondeggiare nel volgere di poche ore da un estremo all’altro. Una sorta di triplo salto mortale con supercazzola a corredo!

Credo che questa mania stia un po’ nel nostro Dna e appartenga al nostro essere italiani. Alla nostra storia. Siamo stati tutti fascisti, e poi tutti antifascisti a festeggiare a Piazzale Loreto di fronte al corpo del duce appeso al traliccio metallico del distributore di benzina.

Lasciando da parte la nostra tragica storia recente, ha fatto perfino ridere la velocità con la quale la spedizione brasiliana vestita Dolce e Gabbana è passata dall’essere un manipolo di eroi, l’immagine del nuovo corso dell’Italia vincente a un gruppo di ragazzi viziati e ruba stipendio. Dalla partita con l’Inghilterra a quella con l’Uruguay è successo così. Mario Balottelli è passato da simpatico guascone, dal figlio che tutte la mamme sognano di avere, dal campione maturato in fretta, dal ragazzo con il cuore d’oro per il selfie che si è fatto al volo con un ragazzino a brocco altezzoso, viziato, scansafatiche e antipatico. Cesare Prandelli, che almeno è una persona a modo e sicuramente un uomo serio, è passato dall’essere il rappresentante del successo renziano nel mondo, da mister di prima grandezza a tecnico da oratorio.  Forse la verità tecnica sta nel mezzo. Forse gli azzurri non erano campioni amanti della maglia dopo la partita con l’Inghilterra e non sono diventati tutti mercenari prezzolati dopo l’Uruguay. Resta il malcostume di chi avrebbe il compito di raccontare i fatti, magari separati dalle proprie opinioni, ma tant’è. 

Stupisce e molto la velocità con la quale in ogni campo della vita si sale al volo sul carro del vincitore. Lo si fa in politica, lo si fa nello sport, lo si fa anche ad esempio dopo una diatriba societaria per il controllo di una grande azienda. Chi vince piace, diventa un grande, l’amico e il faro. Come dire? Guai ai vinti! La coerenza, che non è di per sé una virtù in senso assoluto, proprio non ci appartiene.

Anche a queste spiccate virtù i “vincitori” dovrebbero stare attenti a circondarsi solo e sempre di yes-man e yes-woman osannanti e plaudenti. Eppure succede quasi sempre così. Lo stuolo dei fedeli servitori è gradito, chi non canta nel coro va all’angolo. Succede così anche dalle parti del nostro premier il quale però dovrebbe sapere che prima o poi (nel suo caso sarà poi, ma davvero poi) qualcuno lo spingerà via e i superstiti correranno in aiuto dei nuovi vincitori.

Per avere certezza della fedeltà e della graniticità di parte della sua truppa - capacità dei singoli a parte sulla quale non ho titolo per dare giudizi - basterebbe dare uno sguardo al percorso politico delle varie (è solo un esempio) Debora Serracchiani, Marianna Madia, Pina Picierno per notare l’ondeggiamento tra “Franceschiniani”, “Bersaniani”, “Dalemiani” ecc. ecc. prima di scoprirsi spassionatamente “Renziani”.

Nulla di male: anche in politica è lecito cambiare idea e leader di riferimento. A stupire è la velocità con cui si passa da un carro all’altro.  Ma, forse, noi italiani, intesi proprio come popolo italiano, che mandiamo altri italiani come noi a rappresentarci, in fondo non siamo molto diversi dai signori del salto  sul carro.

A meno che, raggiunta improvvisamente la mensa e il carro, la fama e la gloria, “lor signori”  si trasformino da buoni dottor Jekyll a perfidi signor Hyde. Potrebbe anche succedere, vista la predisposizione al camaleontismo della nostra classe politica.