Un coming out che non convince. Più spettacolo che denuncia

09.10.2015 08:14

Il fatto di essere sufficientemente laico e spero mentalmente aperto mi ha sempre portato a non provare il benché minimo senso di smarrimento o disagio di fronte a chi manifesta il proprio amore omosessuale. Ho sempre pensato e continuo a pensare che ognuno ha il diritto di vivere la propria vita sessuale come meglio crede senza rendere conto a nessuno e senza dover per questo provare vergogna. Ho sempre provato molto rispetto ed ho appezzato il coraggio di chi ha scelto di uscire dal limbo della vergogna per manifestare e dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale anche di fronte agli pseudo bigotti e ai bacchettoni sui generis. Eppure nonostante questo ho avvertito un senso di smarrimento di fronte al coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, 43 anni, polacco, da 17 anni residente a Roma, che ha dichiarato la propria omosessualità e subito dopo si è profuso in coccole con il suo compagno. Penso che se l’intenzione del giovane monsignore fosse stata quella di scuotere la Chiesa dai suo torpori millenari, il suo gesto ha avuto l’effetto opposto e (forse) messo altri ostacoli sul cammino di ragionamenti che la Chiesa si è spesso rifiutata di affrontare. Ovviamente anche monsignor Charamsa ha diritto a vivere la propria vita come meglio crede, ma il suo è parso più il gesto di una persona pazzamente innamorata che quello di un prelato che voleva provare a dare una scossa alla Chiesa. Si dice che il religioso polacco – che insegna in prestigiose università pontificie – sia sempre stato un conservatore poco aperto ai piccoli venti di cambiamento che di tanto in tanto la Chiesa faceva filtrare. Un conservatore, forse, fino a quando non ha incontrato l’attuale compagno, lo spagnolo Eduard. Sono ben conscio dell’enormità della questione, della mia incapacità e inadeguatezza a trattare un argomento così delicato, ma nel totale rispetto sia dei dogmi della Chiesa che dell’atto pubblico del teologo, sono portato a pensare che il monsignore che afferma che “ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve essere protetto dalla società, dalle leggi. Ma soprattutto deve essere curato dalla Chiesa” non abbia portato nulla alla causa. Forse sarebbe stato meglio che si fosse presentato da laico in conferenza stampa per dire: “Ho lasciato a malincuore il mio ministero perché la Chiesa mi impedisce di vivere il mio amore. Oggi chiedo aiuto per combattere una grande battaglia”. Invece, senza entrare in disquisizioni teologiche, anche per chi crede che la Chiesa abbia bisogno di un cambio netto di passo è difficile ipotizzare che possa fare capriole a 360 gradi e più volte di seguito, per fare propri i ragionamenti dell’ex ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Possiamo comprendere che il monsignore abbia sofferto per quel suo gesto pubblico, ma inconsapevolmente ha trasformato un sincero disagio interiore in una sorta di spettacolo. Ecco perché il coming out del teologo mi ha colpito, in modo non positivo. Per quanto possa valere il mio parere sono portato a biasimare il gesto di Charamsa per come lo ha fatto, per ciò che ha detto e non per ciò che ha dichiarato di essere. Spero e auguro a Krzysztof Charamsa che almeno lontano da Roma e senza l’abito talare sia felice accanto al suo amore.


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