Ad uccidere Stefano sono stato io

07.11.2014 07:52

Specialmente nei salotti televisivi delle parole perdute fa molto politically correct affermare che le sentenze non si commentano. Molto modestamente sono portato a credere che non essendo le sentenze dei dogmi divini, ma semplicemente il pronunciamento di esseri umani, possono essere commentate eccome. Che poi vadano accettate questo è un altro discorso, ma il trincerarsi dietro la formuletta magica del “non commento” assomiglia allo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non farsi vedere.

Partendo da questi semplici convincimenti non ho remore nell’affermare che la sentenza d’appello emessa il 31 ottobre dai giudici della IIa sezione di Roma che ha mandato assolti tutti gli imputati del cosiddetto “caso Cucchi” grida vendetta. Fa inorridire. Pare sia prevalsa la tesi della mancanza assoluta e inconfutabile delle prove e quindi, secondo prassi, nel dubbio si assolve. Eppure i giudici della Corte d’Appello avevano gli stessi argomenti e suppergiù le stesse prove dei colleghi del primo grado, che invece avevano emesso una sentenza di condanna per omicidio colposo. Chi ha sbagliato? È possibile che partendo dagli spessi elementi ci siano pronunciamenti opposti? Pare, ma questo è un cattivo pensiero, che se c’è da condannare in qualche modo parti dello Stato i cavilli abbondano sempre. Ecco allora la domanda: è peccato commentare una sentenza figlia di un processo che non è riuscita a scovare tra medici, infermieri, guardie e agenti che a vario titolo hanno avuto Stefano Cucchi in consegna dopo l’arresto chi ha ridotto un ragazzo ad una maschera come il volto del Cristo sulla croce? Per la sentenza nessuno ha visto, nessuno ha sentito, di nulla si sono macchiati e naturalmente nessuno ha responsabilità per la morte del trentunenne geometra romano deceduto il 22 ottobre 2009.

Le foto tragiche mostrate in aula dal legale della famiglia a dalla sorella di Stefano fanno inorridire. In esse si vede il corpo martoriato di Stefano, coperto di ecchimosi, ridotto a pesare ormai solo 37 chili. Fanno impressione. E fanno rabbrividire. Eppure, per i giudici della sentenza d’Appello, non ci sono responsabili. Anzi, e forse è anche peggio, i responsabili ci sono ma non è stato possibile individuarli con certezza. Eppure pare tutto così incredibile. È vero che sono decine le persone che a vario titolo sono venute in contatto con il giovane arrestato e nessuna, ripeto nessuna di queste ha commesso errori nella gestione del caso? Leggendo i giornali con la ricostruzione dei fatti e i resoconti del processo la vicenda Cucchi appare strapiena di errori, di leggerezze e anche di omissioni a partire dal verbale d’arresto in cui i militari dell’Arma scrissero che Cucchi era “nato in Albania il 24.10.1975” passando per le pastiglie di Rivotril, un farmaco contro l’epilessia, che nel verbale vennero trasformate in ecstasy mentre le successiva analisi di laboratorio confermarono che si trattava effettivamente di Rivotril. Ma questi sono peccati veniali.

Le lastre fatte in ospedale e l’autopsia non lasciano dubbi sulla fine del povero Cucchi. Purtroppo, ad oggi, queste sono le uniche certezze: Stefano è morto e non è morto di raffreddore (mi si perdoni la banalità).

Ciò che invece resta un mistero e chi ha ridotto così un ragazzo, arrestato per possesso e spaccio di sostanze stupefacenti: 12 pezzi di hascisc e 2 grammi di coca, oltre alle già citate pastiglie di Rivotril.

Forse ora si riaprirà il caso. Nessuno, a partire dalla famiglia e dalla battagliera sorella Ilaria, vogliono un colpevole pur che sia. Ma tutti vogliono la verità. Si, basta e avanza la verità, ma quella vera non quella di facciata.

In chiusura di questo commento mi sento di sottoscrivere le affermazioni del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, il quale ha affermato. “Non è accettabile, dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Così come sentiamo di far nostre le parole del presidente del Senato Pietro Grasso: “Ci sono dei rappresentanti delle Istituzioni che sono certamente coinvolti in questo caso. Quindi, chi sa parli. Che si abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, perché lo Stato non può sopportare una violenza impunita di questo tipo”.

Lasciamo invece al suo destino, senza commento alcuno, la frase del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap) che in una dura nota ha dichiarato: "Bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”. Per chi scrive la morte di Stefano Cucchi resta un vero e proprio pestaggio di Stato e la sentenza di assoluzione una vergogna. Ha ragione da vendere Ilaria Cucchi: “La giustizia malata ha ucciso mio fratello".