Do ut des

23.01.2015 09:04

Secondo i più attenti osservatori delle cose della politica, l’abbraccio tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi è il preludio al matrimonio che porterà alla nascita del partito della Nazione. Probabilmente questo non avverrà, o almeno non avverrà secondo i canoni comuni in cui si intende un partito: nuovo nome, fusione dei gruppi parlamentari ecc. ecc.

Il partito della Nazione – attualmente – è nei fatti per una ragione molto più semplice: uno puntella l’altro ed entrambi stanno in piedi alla grande. I latini chiamavano questo stato di cose il “do ut des” che letteralmente significa “io do affinché tu dia”. I due, Renzi e Berlusconi, perché il comando di ogni azione politica passa dai loro voleri pur con qualche tenue mugugno, sono complementari per ragioni opposte: a Berlusconi interessa salvare la pelle a Renzi governare il paese secondo uno schema mentale che non prevede troppe concessioni neppure ai deputati del suo stesso partito.

I due sono complementari e sono ottimi giocatori di poker. O, per usare un’espressione molto in voga, sono le due facce della stessa medaglia. Che tutto ciò strida con l’etica della gestione della cosa pubblica, dove uno è maggioranza e l’altro opposizione, è un altro discorso anche se in fondo è il più difficile da digerire da chi ha un concetto della democrazia che non ha nulla a che fare con lo stile padronale né quello muscolare.

Quindi ritengo che il partito della Nazione  non vedrà la luce anche se nei fatti è già ben vivo. Un tempo una simile situazione si chiamava “inciucio”, ma oggi per ciò che stiamo vedendo l’inciucio ha poco a che fare perché è molto di più. È per davvero il trionfo del  “do ut des”, in tutto e per tutto. Tutto ciò, però, avviene in un contesto democratico. Vale a dire: molte delle scelte dai conducator nostrani sono avvallate dal parlamento nonché dai vertici dei rispettivi partiti. In sostanza il volere dei due è sempre ratificato (anche) da altri.

I soliti attenti osservatori sostengono che più o meno le cose vanno così anche in nazioni tradizionalmente più normali (mi si perdoni il termine, ma mi riferisco alla politica) della nostra. È logico che si elegge un leader affinché rappresenti un gruppo e nel caso della guida di un governo governi secondo schemi ben precisi. Ma ciò che si è visto al Senato nei giorni scorsi, con l’arrivo dei berlusconiani in soccorso di un Renzi in difficoltà, è la cosa peggiore che possa succedere in una democrazia matura e solida. Una democrazia compiuta e non una democrazia muscolare e per certi aspetti anche un po’ claunesca nei modi.

Dove ci condurrà tutto questo è presto per dirlo. Nessuno lo sa bene, tranne forse Matteo Renzi che è il più sveglio e veloce della cricca ed ha una capacità di programmare il futuro (il suo futuro) unico almeno in Italia. Prima o poi – questo  è certo – Renzi lascerà Berlusconi al suo destino o attraverso il classico #silviostaisereno o perché l’apporto delle truppe azzurre non sarà più necessario.

Certo quando l’Italicum sarà operativo e si tornerà al voto con il nuovo parlamento di quasi tutti nominati sarà controllabile senza più molto bisogno del “do ut des”. Perché, checché se ne dica, l’Italicum è molto più figlio del Porcellum di quanto si pensi.

Quindi nuova legge elettorale e nuovo capo dello Stato sono gli ultimi scogli che stanno per superare – insieme – Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

Dopo gli scogli sarà mare aperto...  Per loro, sicuramente. Per noi, non è detto che non si incontri burrasca. 


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