Il commiato dell'arbitro giocatore

19.12.2014 07:36

È parso del tutto evidente che la prassi dei saluti natalizi tra Giorgio Napolitano e le più alte cariche dello Stato (qualcuno mi spieghi poi cosa ci facevano al Colle, tanto per dire D’Alema, Monti, Fini, Fassino, Veltroni, Casini.....) abbia offerto al Presidente l’opportunità per un vero e proprio testamento politico. Questo aspetto è stato evidenziato da tutti i media. Ciò che la stampa ha fatto finta di non vedere, invece, è stato quello straordinario endorsement che Napolitano ha fatto nei confronti di Matteo Renzi e della sua politica degli annunci e del “qui comando io” che tanto piace al premier.

Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci figli degli opposti estremismi: Napolitano è amato o odiato. Osannato o deriso. Invocato affinché resti, spinto affinché liberi il Colle al più presto. Personalmente il tifo non mi interessa. Da osservatore mi spiace constatare che il lungo discorso di Napolitano è uscito fuori dai binari della terzietà che si deve alla politica e ai suoi protagonisti. Aveva, il vecchio Giorgio, decine di modi per evidenziare la necessità non più rinviabile delle riforme senza osannare platealmente l’azione del governo. Così come aveva decine di modi per dissentire dall’azione delle minoranze senza per questo entrare – come suol dirsi – con le scarpe nel piatto.

L’affermare, per esempio, che “l'Italia ha oggi più che mai bisogno di stabilità politica, continuità istituzionale e riforme. E soprattutto la politica non può più permettersi di perdere di vista la realtà con continue e dannose discussioni "ipotetiche" su voti anticipati, scissioni e ostruzionismi continui attraverso spregiudicate tattiche emendative” è stata una netta presa di posizione pro governo.  Oppure bacchettare il sindacato invocando dallo stesso il  “rispetto delle prerogative delle decisioni del governo e del Parlamento e uno sforzo convergente di dialogo anche su questioni vitali di interesse generale” è stata una sconfessione, ad esempio, dello sciopero generale. Giusto o sbagliato che fosse lo sciopero, ma era del tutto legittimo.

Certo, il richiamo ad una maggiore responsabilità da parte di tutti – ripeto di tutti – poteva starci, ma le parole di biasimo del presidente sono state  indirizzate SOLO contro chi ha una visione della cosa pubblica diversa da quella del governo. Appare del tutto naturale che chi rappresenta a vario titolo parte degli italiani, abbia diritto al rispetto esattamente come chi è maggioranza relativa nel Paese. Le varie opposizioni, tanto per dire, non possono essere considerate fastidiose appendici visto che già sono destinate a soccombere in Parlamento.

Per questo motivo il discorso di Giorgio Napolitano a modo di vedere di chi scrive è apparso come quell’arbitro che a partita in corso si trasforma in giocatore in barba a tutte le regole della competizione. È chiaro che così facendo la partita alla fine risulta fortemente falsata. Spiace constatare che il settennato di Giorgio Napolitano finisca in questo modo. Finisca, cioè, quasi succube del presidente del Consiglio il quale ha una concezione della democrazia e del rispetto delle altrui opinioni piuttosto opinabile.

Spiace ancora di più perché è certo che quelli della scorsa settimana sono stati gli ultimi messaggi natalizi dal Colle di Giorgio Napolitano. In questi anni ha avuto delle belle gatte da pelare ed ha tribolato le pene dell’inferno per una situazione politica estremamente complessa (o penosa?). Poteva uscirne da arbitro super partes. Invece è possibile che sia anche ricordato per lo sviscerato appoggio che ha dato ad una delle parti in causa. Oppure, per usare una metafora, come quell’arbitro che assegna il rigore e lo calcia. Visti i rapporti di forza e la forza persuasiva del premier (o si fa come dico io o si va al voto, scatenando il panico tra i peones della politica ed ottenendo obbedienza) l’endorsement è stato anche inutile. Giusto buono per ringalluzzire i galli e bastonare i galletti.


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