Il randello e la politica del cuculo

25.10.2013 10:46

La veemenza con la quale Mario Monti ha posato il loden d’ordinanza e imbracciato il randello si spiega bene con la celeberrima massima andreottiana: il potere logora chi non ce l’ha. E il sobrio professore, l’uomo degli annunciati miracoli, colui che con un colpo di bacchetta magica salì nell’olimpo degli dei il potere lo ha in effetti perso. Praticamente tutto. L’ex primo ministro inebriato dall’inaspettata botta di notorietà e dall’essere stato per tanto tempo additato come salvatore della Patria, si è messo in testa di camminare sulle acque, pratica di per sé non nuova, ma riuscita solo una volta  e per di più oltre duemila anni fa.

Quindi ha fondato un partito, ha rinunciato ad una (quasi sicura) candidatura al Quirinale, ha creduto veramente di essere come Gesù sul lago di Tiberiade, ma ha sbagliato i discepoli. E qui sta il più grande errore del professore. È proprio grazie a questo sbaglio commesso da lord Monti che il già pacato uomo in grigio si è trasformato in una sorta di black bloc del randello mediatico. Solo prendendo atto di questi sbagli strategici da principiante – o da uomo confuso dalle fusa dell’establishment dominante -  si riesce a capire lescalation  di  picconate di così grande intensità da far impallidire la buonanima di Cossiga.

Monti, economista, già commissario europeo, conoscitore della politica è finito come un tordo nella rete dei democristiani, che non sono per nulla ex,  e si è fatto avvinghiare dalle loro spire e travolgere dalle loro mire. Un sussulto, quindi, sotto forma di randello, lo ha voluto esalare prima della probabile fine della sua creatura.

Certo che a ben vedere non serviva una grande scienza politica per sapere che ci si accomoda a tavola con la banda Casini e sacrestia cantante, una volta approntato il menù e portato in tavola le pietanze, finisce con il raccogliere le briciole del desco. Quindi il viaggio con i democristiani, più il desaparecidos Gianfranco Fini, non poteva che finire com’è  finita: fumi di incenso per nascondere i veri obiettivi della banda della balenottera bianca.

Per certi aspetti spiace constatarlo, ma Mario Monti ha fatto più o meno la parte del cavallo di Troia imbarcando nella sua pancia schiere di morti viventi che altrimenti sarebbero oggi al mare o in barca a vela con Fini. O se si preferisce una metafora meno legata alla mitologia, l’ex premier ha fatto la parte dell’uccello stanziale avendo ospitato nel proprio nido i predatori della seggiola sotto forma di cuculo.  Si è trattato di uno sbaglio da dilettante della politica. Ma, forse, quando Monti mise in campo quella sorta di gioiosa macchina da guerra (nefasta, per il ricordo di Achille Occhetto e della sua sconfitta del 1994 e anche per il risultato di Scelta Civica) non sapeva ciò che poi sarebbe successo.

Nessuno, nemmeno il più smaliziato o magari ingenuo osservatore, poteva immaginare che di fronte ad una condanna resistita a tre gradi di giudizio e ad ogni altra diavoleria tecnica Berlusconi, sbrigativamente additato alla frutta, sarebbe stato ancora in grado di rappresentare una sirena per quella schiera di chierichetti cresciuti tra sacrestia e intrallazzi politici. E naturalmente di dettare, magari per interposte persone, l’agenda politica italiana dopo averne combinate di cotte e di crude.

La vera guerra all’interno di Scelta Civica, checché se ne dica, sta infatti in quella trama scoperta da Monti e messa in campo dagli scaltri chierichetti intenzionati a cambiare cavallo, a salvare l’insalvabile, pur di restare in groppa a qualche quadrupede. Certo, adesso il gioco delle parti è mascherato dai tatticismi coperti dalla bandiera del popolarismo europeo. Ma dove transitano Casini, Mauro, Formigoni, Cesa e magari quell’altra cariatide politica di Giovanardi, l’unico popolarismo praticato e conosciuto è quello della ricerca della poltrona. Se poi la strada è quella del parricidio del traghettatore, pace e amen all’anima sua. 

Casini, tanto per restare al più picconato da Mario Monti, è stato giovane dirigente democristiano, eletto alla Camera la prima volta nel 1983, già pupillo di Arnaldo Forlani, fondatore di partiti e partitini nonché abile tessitore di tele e alleanze. Pier è un uomo che ha saputo barcamenarsi tra i marosi della politica restandone sempre a galla. Ha fatto anche scelte coraggiose, va onestamente ricordato, lasciando al suo destino Berlusconi e mettendo in forse con quel gesto la sopravvivenza del suo partito. Anche per questo fu ammirato e forse votato. Ma chi è democristiano fino al midollo sa che l’unica politica praticabile è quella del compromesso, arte in cui Pierferdinando, ribattezzato da Berlusconi  in Pierfurbi, eccelle. Non che le altre sponde della politica siano popolate da vergini, ma la scuola della sacrestia è da sempre insuperabile.

La politica non è pratica  che contempla la riconoscenza e forse nemmeno l’amicizia. Anche Berlusconi, che pure ha miracolato e innalzato agli onori nani, ballerine e trasformisti, prima o poi subirà l’onta del tradimento. Appena scenderà un gradino si leveranno schiere di Bruto con il pugnale in mano. Questa è storia, che arriva dal passato e che si ripete.

Cosa farà adesso Mario Monti non è dato di sapere. Certo, resterà in Senato al calduccio del suo scranno a vita. Forse proverà a rifarsi una verginità dopo essersi leccato le ferite e proverà a rimettersi in pista verso il Quirinale, magari già alla fine del mandato di Giorgio Napolitano, o forse al giro successivo. Intanto, anche se non ostenta pentimenti, maledirà quel giorno in cui pomposamente annunciò urbi et orbi la sua salita in politica. Pochi mesi dopo la ridiscesa in terra, con ai lati della scala tanti Luciferi con le sembianze del cuculo.