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24.11.2015 06:36

Proprio oggi, martedì 24 novembre, in Vaticano si svolge la prima udienza del processo conosciuto come Vatileaks 2. A sorpresa il tribunale della Santa Sede ha mandato sotto processo anche i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi autori rispettivamente dei libri “Avarizia” e “Via Crucis”.  Con i giornalisti sono a processo anche monsignor Vallejo Balda, Francesca Chaoqui e Nicola Maio, accusati di associazione per delinquere in quanto considerati le presunte fonti dei giornalisti. A rendere tutto tragicamente grottesco è proprio il rinvio a giudizio dei due giornalisti rei, secondo il Vaticano, di aver divulgato notizie riservate. Rischiano dai 4 agli 8 anni di carcere. Tecnicamente il lavoro dei magistrati è ineccepibile ed ha fondamento  nell’articolo 116 bis del codice penale vaticano che recita:  “Chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni o con la multa da euro mille ad euro cinquemila… Se la condotta ha avuto ad oggetto notizie o documenti concernenti gli interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o dello Stato, si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni”. Quindi aver portato a conoscenza dell’opinione pubblica e soprattutto dei fedele che magari hanno contribuito con le loro offerte a tenere belle colme le banche del Vaticano e qualcuno ci mangiava non comporta titolo di merito, ma reato.  È più che comprensibile, quindi, lo smarrimento di Fittipaldi quando sostiene di essere incredulo. Dice il giornalista dell’Espresso: “Non è un processo contro di me, ma contro la libertà d’informazione. In tutto il mondo i giornalisti hanno il dovere di pubblicare notizie e segreti che il potere, qualunque esso sia, vuole tenere nascosti all’opinione pubblica. Mostrare documenti confidenziali e informare la gente delle malefatte dei potenti è l’essenza del nostro lavoro. Capisco che in Vaticano siano in grave imbarazzo per quello che ho raccontato, anche perché non hanno potuto smentire nulla di quanto ho denunciato. Però non mi aspettavo che aprissero un processo penale contro me e Nuzzi”. Invece, nel più piccolo Stato del mondo, uno Stato molto particolare che dovrebbe fondare la sua stessa esistenza non solo sulle leggi “umane” che si è dato ma sui grandi valori della vita, il divulgare notizie contenenti condotte scandalose messe in essere da altissimi prelati è comportamento che va punito. Sintetizzando la storia è questa: il reato, morale e materiale, non è commesso da quei prelati che fanno la bella vita con i soldi delle offerte destinate ai poveri, ma chi racconta le loro malefatte. La giustizia Vaticana è libera di considerare “segreti di Stato” il rendere pubblico che ci sono cardinali che abitano in lussuosi appartamenti da 500 metri quadri e fanno vita da nababbi alla faccia dei poveri e dei fedeli e che spendono e spandono a piene mani. La legge è legge e farà il corso, ma un processino piccolo, piccolo anche ai principi della Chiesa che si regalavano una vita da re non lo facciamo?  Per loro basta un “Ora pro nobis?”


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