Quei silenzi assordanti

10.04.2015 11:55

Non ha senso fare classifiche di fronte ai tragici fatti di cronaca. Nessuna classifica, ma provare a chiedersi il perché di una vistosa disparità di impatto sulla pubblica opinione questo sì. Allora, senza voler strumentalizzare i drammi di cui siamo inermi testimoni, sarebbe bello provare a capire perché di fronte ai  sette vignettisti di Charlie Hebdo trucidati a Parigi si è mobilitato il mondo con tanto di manifestazione nella capitale francese, mentre di fronte alla vera e propria strage degli studenti cristiani in Kenia (148 o forse di più) l’impatto mediatico è stato simile ad una qualsiasi notizia di cronaca.

Bambini e donne trucidati quasi quotidianamente, ragazzi decapitati, orrori su orrori, l’occidente sempre pronto a scendere in piazza sotto le più diverse bandiere guarda invece a questi fatti con una sorta di sufficienza come se le morti fossero un qualcosa di inevitabile. Nessuna classifica, si diceva, ma sperare che il mondo faccia sentire la propria voce con i grandi della terra a sfilare sotto le bandiere di “Je Suis Charlie” esattamente come è stato fatto in Francia, questo lo vorremmo se non altro per evitare che tutto passi nel dimenticatoio o che le stragi di cristiani e non cristiani siano considerate come il frutto di inevitabili guerre di religione.

È troppo complesso il tema per essere trattato a dovere in uno spazio come questo. Il farlo richiederebbe conoscenze approfondite sulle tematiche politiche o geopolitiche dello scacchiere mondiale, capire cosa hanno lasciato dietro di sé le guerre di questi anni e soprattutto capire cosa c’è dietro al terrore che domina Stati e intere zone del pianeta. Tutto questo non è possibile farlo qui, né chi scrive queste righe ha la capacità di farlo senza scivolare nelle banalità o il rimpolpare il brodo preparato e già presentato da altri. L’intento di questa riflessione è solo quello di provare ad evitare che anche di fronte a tragedie non commentabili prevalga una sorta di realpolitik dell’orrore da attuare secondo parametri che sfuggono ad ogni logica.

Di fronte alla Nigeria insanguinata sarebbe stato bello vedere i capi di Stato in corteo sotto le bandiere “Je Suis Nigerian” e non solo alcuni flash-mob come quello fatto a Torino da alcuni volenterosi dell'associazione radicale Adelaide Aglietta scesi in piazza per sollecitare un intervento della comunità internazionale in Nigeria per implorare di fermare il massacro di civili da parte di Boko Haram.

Davanti a questi assordanti silenzi del mondo c’è stata la voce di papa Francesco che durante la via Crucis ha ricordato i cristiani uccisi in Kenya, in Nigeria, in Siria e in Medio Oriente e la lettera che lo stesso pontefice ha inviato ai vescovi della Nigeria con la quale ha ricordato che “la pace non è solo assenza di conflitti o risultato di qualche compromesso politico, o fatalismo rassegnato. Essa comporta un impegno quotidiano, coraggioso e autentico per favorire la riconciliazione, promuovere esperienze di condivisione, gettare ponti di dialogo, servire i più deboli e gli esclusi per evitare che le nuove e violente forme di estremismo e di fondamentalismo, su base etnica, sociale e religiosa possano avere il sopravvento”.

Auguriamoci di cuore di non trovarsi mai più di fronte a fatti come quelli francesi o della Nigeria o di fronte ad ogni altra atrocità che accompagna spesso i nostri giorni. Ma soprattutto speriamo che a trionfare non sia l’apparire o il trasformare in moda collettiva da veicolare sui social network un sincero grido di dolore. Prevalga, insomma, la difesa dell’essere umano senza limitazioni di appartenenza o di latitudine geografica. Solo così avrà davvero un senso il provare ad essere consapevolmente cittadini del mondo.   


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